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31/12/2020

Anche semi, sogni e terra sono strumenti di fraternità

Pubblicato su NOI famiglia&vita, inserto dell'Avvenire - 29 novembre 2020

scritto da Aldo Bertelle

Dal 22 di febbraio al 9 di giugno scorso anche la Comunità "Villa San Francesco" del Cif di Venezia in Facen di Pedavena, provincia di Belluno, ha chiuso il cancello causa pandemia e fino al 9 di giugno non ha concesso né entrate né uscite.

Non vi era che l’oratorio dedicato al patrono san Francesco Saverio per ricevere qualche ragazzo, ma anche adulti o persone che avevano bisogno di parlare, ascoltare, chiedere, anche piangere e gioire. Anche ora è così. Il Santissimo nell’oratorio, diventato casa, dove il Padre ascolta, capisce, orienta, soccorre, trasforma, benedice, ovviamente con la voce del silenzio. Ogni sera, alle 20,45, ci incontriamo per la preghiera del vespro comunitario, vissuto da ragazzi e giovani con storie di vita differenti, certamente difficili, anche con capacità limitate, tuttavia con il cuore buono e disponibile.

E tutte le sere con la memoria e la richiesta di aiuto a Gesù e Maria, ecco il ricordo per persone amiche ammalate, per chi nel mondo lascia la vita. E poi un incoraggiamento e una carezza a chi ci pare abbia smarrito un poco la speranza. Il 3 di ottobre è arrivata l’enciclica Fratelli tutti.

L’ho immaginata scritta a mano nel cuore della notte, al chiarore di una lanterna, quella capace di spingere l’aurora a farsi luce. È una lettera che sulla busta per la trasmissione porta il nome dei destinatari: Fratelli. La firma Francesco che chiede aiuto così: «Vieni, Spirito Santo! Mostraci la tua bellezza riflessa in tutti i popoli della terra, per scoprire che tutti sono importanti, che sono necessari, che sono volti differenti della stessa umanità amata da Dio. Amen».

Coltivare un sogno

Quassù, su questo mezzo colle feltrino, continuiamo a coltivare un sogno, seppure modesto, il sogno che siano generate in ogni piazza, via, strada, casa, alcune chiese familiari profumate di intimità, segnate da passioni intense, dove tornare anche a sorseggiare quel mosto dei primi cristiani che li rendeva contenti e poi, da lì, ritornare festanti, quando sarà, nelle chiese oggi oramai vuote, poco partecipate, con i ragazzi altrove. Occorre chiamarli per nome i ragazzi, andrebbero convocati con esempi di vite personali di uomini adulti imperfetti certo, ma adulti, pronti a vivere in cooperativa con la stessa intensità di amore e di fede, il bisogno del sacro, che è storia senza scadenza, perché è storia eterna.

Nuovi pellegrini allora, anche viandanti lungo la bretella di bene che vi è in ogni strada, in ogni cuore nel mondo. Ascoltare la Parola, spendersi per il bene plurale, generare quello che diciamo, provare a vivere un verbo al giorno, pronti allo spezzare il pane anche nella impegnativa memoria di Gesù.

Da oltre 40 anni, con tantissime persone vicine alla Comunità abbiamo sostato sul pensiero, sulla Parola, sull’arte educativa del Maestro di Nazareth, avvertendo che educare, anche con arte, è un lungo cammino tra strade, vette e sentieri. Abbiamo messo insieme tanti giorni terminati con la "laurea" a Gerusalemme all’Istituto Biblico Filosofico Francescano, con padre Claudio Bottini. Titolo della tesi: Dottor Gesù, medico senza medicine, maestro sprovvisto di cattedra, il più fine educatore di tutti i tempi, anche a ricordo dell’amico e collaboratore padre Michele Piccirillo, insigne archeologo e studioso, vanto dell’Italia nel mondo. A seguire Catechesi incarnata e affamata: utopia o profezia, con la quale per tre anni ragazzi e giovani della Comunità si sono preparati al sacramento della Cresima.

Così, e senza fatica, abbiamo un poco imparato a conoscere e amare Gesù di Nazareth, ci siamo lasciati prendere per mano da Maria, proviamo a curvarci rispettosi sulla soglia della sua Chiesa, anche segnati dai nostri limiti che troviamo spesso impastati con le nostre fatiche, dalle nostre povertà umane, ponendo comunque lo sguardo alto e lontano al futuro, decisi a vivere una piccola parte come ultimi, in un tentativo molto più grande di noi, questo lo sappiamo, per tornare a mostrare al mondo un volto del cristianesimo diverso, cioè festoso, giusto, amante, capace di risultare nello stesso tempo antico e moderno.

Canne da pesca

Un cristianesimo, un umanesimo, una fratellanza senza confini, motivata ancora da quel gettare le reti, anche in compagnia di quelle domande notturne impegnative di Nicodemo e che Gesù non diserta. Sì, quell’urgenza educativa e formativa del gettare l’amo e attendere senza calcoli di tempo una pesca già amata e necessaria ancora più miracolosa, più faticosa, quella del a tu per tu con i ragazzi e i giovani in ogni angolo di mondo. L’educazione è sempre una storia di cuore, anche competente se vogliamo, è attesa più che pretesa, spesa in particolare nell’accompagnamento familiare, umano, spirituale, comunitario, ecclesiale, scolastico, del governo del bene comune, storia amata e vissuta da pochi, matti, pensanti, osanti, i giovani, prima di tutto, chiamati ad incrociare i pari per divenire per primi il sale della terra.

Questo non tocca a noi in Comunità "Villa San Francesco", non ne siamo capaci. Desideriamo solo essere destinatari di questo meraviglioso volto della Provvidenza, da disegnare nella ricchezza delle differenze, da chi ne ha la competenza, la capacità, la responsabilità, la passione, quello spendersi nella vita per coltivare i sogni.

Viviamo con i nostri limiti, le nostre fatiche, sostenute solo dal bisogno di amore e di ricerca di senso che sentiamo palpitare tutti i giorni.

Abbiamo soltanto provato a vivere questo, nulla di più, pregando la Luce che ci sia luce, ovviamente non solo per noi, gettando un seme nel nostro cuore, anche nella terra da arare della nostra comunità, nelle 199 terre di ogni Paese del mondo e che noi conserviamo al Museo dei sogni, della memoria, della coscienza, dei presepi, presso l’Arcobaleno ’86 a Feltre.

"Chiesacasa" e "Casachiesa"

Notai dell’esistente o architetti del futuro? La domanda può anche non c’entrare, tuttavia abbiamo provato a immaginare e poi dare corpo al nostro oratorio san Francesco Saverio per viverlo come un appartamento, una casa, una comunità, una tenda. Accogliere, ascoltare, accompagnare ci sono sembrati verbi eterni, da abitare nella Chiesa, in chiesa, in casa, per strada, negli ospedali, in ogni luogo del mondo. Da qui siamo partiti, da Hebron allora, che dista 30 km da Gerusalemme, chiedendo consiglio a Gesù. Così è nata la parte centrale della mensa eucaristica e della preghiera, il tavolo dell’incontro familiare e delle primizie, "il guardaroba" che è la Casa delle quasi 100 stole sacerdotali donate da tutto il mondo. Le più recenti sono arrivate dal cardinale Angelo Scola, dal cardinale Matteo Maria Zuppi arcivescovo di Bologna, precedute da quella trasmessa da don Lucio Malanca della diocesi di Lucca e indossata da don Arturo Paoli, anima della Chiesa italiana del dopo Concilio, del vescovo Virgilio Pante a Nairobi e realizzata con la pelle di una zebra. In arrivo quella indossata da padre Pedro Casaldaliga, vescovo dei poveri, e non solo, in Amazzonia, patrimonio di tutta l’umanità, su interessamento di don Luis Canal, missionario appassionato della diocesi di Belluno-Feltre, per 35 anni in Brasile. È stata promessa la stola indossata per il funerale dei 16 padri missionari saveriani a Parma con la pandemia.

Le accarezziamo tutte, le indossiamo idealmente alla sera durante la preghiera, sostiamo con affetto riconoscente su quelle indossate da tre nostri grandi maestri, senza sosta e senza tempo per oltre 30 anni: il cardinale Loris Francesco Capovilla, il vescovo Antonio Riboldi, il gesuita padre Vincenzo Poggi. La dispensa con il caffè solidale, il "cafffè con tre effe", fresco, fumante, fecondo, l’olio solidale, il dolce del carcere Due Palazzi di Padova, il sale per salare la terra e salare il mondo, l’ultima iniziativa della Comunità. È in arrivo quello mandato da 12 detenuti di un carcere in Patagonia, uno dei miracoli incarnati di suor Dionella Faoro, missionaria elisabettina di Lamon, minuta e imponente, solo lei poteva arrivare a tanto. In Chiesacasa trovi anche una piccola biblioteca, il tavolo computer, le sementi da porre sulle 199 terre dei Paesi del mondo, il filo per rammendare calzini consunti, come pantaloni slabbrati, in particolare il filo della pazienza, utile al rammendo delle relazioni.

Vi è spazio per un vecchissimo abbeveratoio per animali, ora pronto per la lavanda dei piedi a memoria di quella dell’ultima Cena, la pulizia delle mani, come a Cana di Galilea.

Alla bisogna vi è l’asciugatoio realizzato da giovani con i piedi e la bocca, donato dalle suore del lebbrosario di Bambuì in Brasile.

Quando esci, ecco il bastone e la bisaccia del pellegrino e del cittadino, è di ausilio per il cammino verso la nuova Galilea. Dentro la bisaccia vi è un pezzo di carta dove è scritta la parte finale dell’art.2 della Costituzione della Repubblica Italiana:… «e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale», pane fresco questo per tutte le persone, non solo ragazzi, ma tutti quelli che hanno a cuore le sorti del mondo, oltre che del nostro Paese.

Sementi di sogno

Chi visita Il Museo dei Sogni, della Memoria, della Coscienza, dei Presepi, museo di simboli realizzato dalla Comunità e dall’Arcobaleno ‘86 in Feltre, troverà soltanto terre, pietre, acque, luci, crocifissi, presepi, legni, ferri, fili provenienti da tutti i 199 Paesi del mondo.

In un angolo vi sono sacchettini di sementi di sogno, con questa avvertenza: «Conservare in un luogo asciutto e riparato, soprattutto alla portata dei bambini. Si consiglia di seminare in notti di cielo stellato».

Due volte alla settimana, con il buio, in modo che la mano destra non sappia cosa fa la sinistra, a turno in 5 si parte per la valle feltrina, sostando un minuto davanti a un cancello, una porta, una sedia, un sacco messo fuori della porta e lì si pone con rispetto la primizia quotidiana della Comunità: alcune uova del pollaio, un fiore coltivato, un piccolo dolce, un poco di marmellata. È sostare un attimo sul sogno della vita di quelle persone non conosciute e che mai sapranno chi si è fermato quell’attimo sulla soglia del loro cuore. È una semente, nulla di più.

Don Francesco, uno tra i tanti che hanno inteso cortesemente rispondere alla richiesta di un parere, un suggerimento, una critica su questa iniziativa della Chiesacasa Casachiesa, così ci scrive: «Credo che il sogno che così descrivi sia esattamente ciò che lo Spirito Santo ci chiede in questo tempo. L’abbiamo sperimentato in parrocchia durante il lockdown e di botto noi preti ci siamo trovati a dire alla gente: "Pregate a casa, per constatare immediatamente che a cinquant’anni e passa dal Concilio e dalle sue parole sulla Chiesa domestica, non avevamo mai educato la gente a questa dimensione familiare della vita di fede. P.S. Ho terminato da dieci giorni le chemio più pesanti, non ne potevo più". Erik è l’ultimo che alle 23 entra in Casachiesa, suona un poco la sua chitarra, ed è solo. Se ha bisogno di luce vi è la lampada che indica esserci il Padre. Gli ho chiesto una nota per don Francesco, quasi un rimboccargli le coperte alla sera, mi ha detto di sì.

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